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venerdì 18 novembre 2016

IL CONTRATTO D'OPERA








ASPETTI PRATICI E PROFILI PATOLOGICI
DEL CONTRATTO D'OPERA



Tra i contratti tipici più frequenti spicca senza dubbio il contratto d'opera, regolato dagli artt. 2222 e ss. c.c.

Il contratto d'opera è il contratto tipico, a titolo oneroso ed a prestazioni corrispettive, con cui una persona (di regola un artigiano o un libero professionista) si obbliga nei confronti del committente ad eseguire l'esecuzione di un'opera ovvero di un servizio verso un corrispettivo in denaro, con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione rispetto al committente.

E' un contratto che non richiede la forma scritta posto che per il suo perfezionamento basta il semplice consenso delle parti in qualunque modo manifestato. A questo proposti la Corte di Cassazione ha ritenuto che l'incarico professionale può essere conferito in qualsiasi forma idonea a manifestare il consenso delle parti e la prova dell'avvenuto incarico grava sull'attore (Cass. civ. Sez. II dd. 10/02/2006, n.3016).

Il contratto d'opera si distingue da un altro contratto tipico che invece per certi aspetti presenta caratteristiche di affinità - il contratto d'appalto regolato dagli artt. 1655 e ss. c.c. - per il fatto che mentre nel primo chi esegue l'opera utilizza prevalentemente il proprio lavoro (ditte individuali e liberi professionisti), nel secondo chi esegue l'opera lo fa sotto forma d'impresa, e dunque con un'organizzazione più articolata di mezzi e di uomini (media e grande impresa).

Un'altra differenza tra il contratto d'opera ed il contratto d'appalto riguarda i termini entro i quali il committente deve denunciare la presenza di vizi / difetti (art. 2226 c.c.) come vedremo più avanti.

L'ESECUZIONE A REGOLA D'ARTE 

Il prestatore d'opera deve eseguire quanto gli è stato commissionato secondo la "regola dell'arte e della tecnica" (art. 1176 comma II c.c.): il che significa che l'opera commissionata non dovrà solo risultare esteticamente bella, ma dovrà anche essere funzionale e sicura, dunque idonea all'uso cui è destinata.

L'inosservanza del dovere di diligenza che si richiede al prestatore d'opera (sia esso lavoratore autonomo o libero professionista intellettuale) può avere conseguenze sia in termini di risoluzione del contratto (art.1454 c.c.), sia in ordine al pagamento del prezzo pattuito (artt.2226 e 1668 c.c.), ed infine in ordine al risarcimento dei danni eventualmente subìti dal committente a causa dell'inadempimento dell'esecutore. 

Sebbene nel contratto d'opera non esista una norma specifica per quanto riguarda la "verifica dell'opera", è opinione comunemente diffusa in dottrina ed in giurisprudenza che sia applicabile per analogia l'art.1662 c.c. relativo al contratto d'appalto: pernato, come nel contratto d'appalto, così anche nel contratto d'opera il committente ha il diritto / dovere di verificare in corso d'opera l'andamento dei lavori e, nel caso che questi non siano soddisfacenti, può imporre al prestatore d'opera di conformarsi alle proprie entro un congruo termine.

Infatti, se il prestatore d'opera non esegue l'opera ovvero la esegue in spregio alla "regola dell'arte e della tecnica", il committente può fissare un congruo termine entro il quale il prestatore d'opera deve ultimare i lavori oppure conformare quanto eseguito alla regola dell'arte (artt. 1454 e 2224 c.c.): si tratta - in questo caso - della cd. "diffida ad adempiere", ossia l'atto scritto (dichiarazione scritta) col quale il committente intima (ossia ordina) all'esecutore dell'opera di conformarsi alle direttive ricevute entro un congruo termine, che di prassi non può essere inferiore a quindici giorni (art. 1454 comma II c.c.). E' tuttavia ammissibile anche un termine di adempimento più breve, avuto riguardo degli usi e del tipo di opere che deve essere eseguita.

Decorso inutuilmente il termine di adempimento senza che il prestatore d'opera abbia eseguito l'opera ovvero che l'abbia conformata alla già citata "regola dell'arte e della tecnica", il contratto s'intenderà automaticamente risolto (art. 1454 c.c.).

Dunque, in caso di inadempimento totale o parziale del prestatore d'opera, il committente può avvalersi della risoluzione del contratto (art. 1453 e ss. c.c.), fermo restando il risarcimento del danno subìto.

L'inadempimento, tuttiavia, deve essere di una certa gravità per porter legittimare il committente a diffidare il prestatore d'opera e poi avvalersi della risoluzione: infatti, ai sensi dell'art. 1455 c.c. non può esserci risoluzione se l'inadempimento è di scarsa importanza, tenuto conto dell'economia generale del contratto.

LA DETERMINAZIONE DEL CORRISPETTIVO

Come si è detto più sopra, il contratto d'opera è un contratto a titolo oneroso: il primo parametro per determinare il corrispettivo dell'opera è l'accordo intervenuto tra le parti all'atto del conferimento dell'incarico (art. 2225 c.c.), in difetto del quale si farà ricorso alle tabelle o tariffe vigenti, agli usi, oppure in estremo subordine sarà determinato dal giudice, avuto riguardo della natura dell'opera, del risultato ottenuto e del lavoro necessario per eseguirlo.

Nella prassi quotidiana, è sempre conveniente per l'esecuzione di opere complesse e di un certo costo concordare ex ante col prestatore d'opera il corrispettivo finale, ad esempio facendosi rilasciare un preventivo scritto con un capitolato dettagliato di tutti i lavori. Il rilascio di un preventivo scritto e sottoscritto da entrambe le parti prima dell'esecuzione del contratto garantisce tanto il committente quanto il prestatore d'opera: il primo perché potrà evitare un'eccessiva lievitazione del prezzo finale oltre i limiti della normale tollerabilità; il secondo (soprattutto se si tratta di un prestatore d'opera intellettuale) perchè, in caso di mancato pagamento del prezzo, potrà ricorrere de plano all'Autorità Giudiziaria per ottenere l'ingiunzione di pagamento del prezzo pattuito, senza prima dover passare attraverso l'opinamento della parcella da parte del proprio ordine professionale (si pensi al caso dei commercialisti, degli avvocati, dei procuratori, etc.).

Infatti, se il corrispettivo è già stato concordato tra le parti, il giudice investito della controversia non ha alcun potere discrezionale. Al contrario, se l'accordo manca, il giudice investito della relativa causa dovrà seguire l'ordine gerarchico stabilito dall'art. 2225 c.c., preferendo prima le tabelle / tariffe professionali, gli usi ed infine la valutazione comparativa tra l'opera eseguita ed il lavoro necessario per realizzarla.

Sulla rilevanza dell’accordo intervenuto tra le parti per la determinazione del compenso si segnalano plurime sentenze della giurisprudenza di merito e di legittimità, secondo le quali (nelle fattispecie all’esame delle corti si parla di prestatore d’opera intellettuale, ma lo setsso principio è applicabile per analogia anche al lavoratore autonomo / artigiano) "nella determinazione del compenso dovuto al prestatore d’opera il giudice investito della relativa controversia è vincolato all’accordo delle parti e solo in mancanza di esso può fare riferimento ai criteri sussidiari individuati dal codice civile" (Trib. Napoli, Sez. XII, dd. 28/01/2013 n.1218; Cass. Civ., Sez. II, dd. 18/09/2012 n.15628; Cass. Civ., Sez. VI, dd. 29/12/2011 n.29837).


LA VERIFICA DELL'OPERA E LA DENUNCIA DEI VIZI

Una volta eseguita l'opera, questa viene consegnata al committente, che ha il dovere di verificarla: l'accettazione espressa oppure tacita dell'opera, libera il prestatore dalla conseguente responsabilità per vizi / difetti (art. 2226 c.c.).

La consegna dell'opera, dunque, è cosa ben diversa dall'accettazione: l'opera può essere consegnata, ma non accettata dal committente in presenza di vizi / difetti che ne diminuiscono il valore, ovvero che ne compromettono il normale utilizzo.

Nella prassi quotidiana, i vizi / difetti dell'opera sono quelle variazioni dell'opera rispetto al progetto originario che ne diminuiscono in modo apprezzabile il valore, ovvero che la rendono inidonea - in tutto o in parte - all'uso cui è destinata.

In presenza di vizi o difetti, il prestatore d'opera è soggetto alla conseguente responsabilità nei confronti del committente, il quale può - a propria scelta - chiedere che gli stessi siano eliminati senza oneri aggiunti, oppure chiedere un'equa riduzione del prezzo, fatto salvo l'eventuale maggior danno subìto (art. 1668 c.c.).

In caso di disaccordo col prestatore d'opera, al committente non resterà che agire in giudizio chiedendo alternativamente la risoluzione del contratto e la restituzione del prezzo già versato (solo in presenza di vizi / difetti di eccezionale gravità), oppure la riduzione del prezzo pattuito commisurata al minor valore dell'opera, fatto salvo il ricarcimento di ogni danno conseguente (ad esempio, gli ulteriori costi necessari per conformare l'opera alla regola dell'arte e della tecnica).

La garanzia per vizi e difetti non è tuttavia sempre operativa: il prestatore d'opera non è tenuto a prestare alcuna garanzia se i vizi erano noti o visibili al committente quando ha accettato l'opera.

Ecco, dunque, spiegato perché "l'accettazione dell'opera" è un fatto diverso dalla consegna, idoneo a liberare l'esecutore dalla garanzia per vizi / difetti cui sarebbe contrattualmente tenuto.

L'accettazione dell'opera, tuttavia, non sempre è idonea ad escludere la garanzia: infatti, l'accettazione non libera il prestatore d'opera se i vizi erano occulti, ma sarà onere del committente denunciarli per iscritto (con raccomandata a/r oppure con p.e.c.) entro e non oltre otto giorni dalla scoperta (art. 2226 comma II c.c.), pena la decadenza dalla relativa garanzia. La denuncia scritta dei vizi / difetti non è tuttavia necessaria, se all'atto della consegna il prestatore d'opera li ha dolosamente occultati.

Come si è già detto all'inizio, il termine per la denuncia dei vizi / difetti è un altro aspetto che distingue il contratto d'opera da quello d'appalto: mentre nel primo il termine di decadenza è di otto giorni dalla scoperta, nel secondo il termine è di sessanta giorni dalla scoperta.

Per quanto riguarda la denuncia dei vizi / difetti, nè l'art. 2226 c.c. (in materia di contratto d'opera) né l'art. 1667 c.c. (in materia di contratto d'appalto) prescrivono come la stessa debbe essere fatta: nella prassi e soprattutto nel contratto d'opera accade che il committente denunci a voce i difetti riscontrati, il che rende quanto mai problematico in un eventuale contenzioso provare al giudice la tempestività della denuncia, che potrebbe semmai essere provata solo per testimoni.

La denuncia scritta, dunque, è sempre la via preferenziale per evitare di incorrere nella decadenza dalla garanzia prevista dall'art. 2226 c.c.

LA DECADENZA DALLA GARANZIA PER VIZI

E’ noto per costante insegnamento della Giurisprudenza di merito e di legittimità che "incombe sul committente, una volta che l’opera sia stata consegnata, l’onere fornire al Giudicante la prova della tempestività della denuncia dei vizi" (Giudice di Pace Milano, Sez. VIII, dd. 11/02/2016, n.1458; Cass. Civ., Sez. II, dd. 11/03/2015, n.4908; Tribunale di Milano, Sez. VII, dd. 05/03/2015, n.2961; Tribunale di Cagliari dd. 25/02/2015, n.635; Tribunale di Frosinone, dd. 04/12/2014, n.1053)

Illuminante a questo riguardo è la Sentenza del Tribunale di Milano dd. 05/03/2015 n.2961 pronunciata in un contenzioso avente ad oggetto la garanzia per difformità e vizi nel contratto d’appalto ma applicabile per analogia anche al contratto d’opera: "l’accettazione dell’opera segna il discrimine ai fini della distribuzione dell’onere della prova, nel senso che, fino a quando l’opera non sia stata espressamente o tacitamente accettata, al committente è sufficiente la mera allegazione dell’esistenza dei vizi, gravando sull’appaltatore l’onere di provare di aver eseguito l’opera conformemente al contratto ed alle regole dell’arte. Viceversa, una volta che l’opera sia stata positivamente verificata, anche “per facta concludentia”, spetta al committente, che l’ha accettata e che ne ha la disponibilità fisica e giuridica, dimostrare l’esistenza dei vizi e delle conseguenze dannose lamentate, giacché l’art. 1667 c.c. indica nel medesimo committente la parte gravata dall’onere della prova di tempestiva denuncia dei vizi (…) orbene, nel caso di specie, ribadito che il convenuto non si era limitato a ricevere l’opera, ma l’aveva accettata, seppure in forma tacita, attraverso il pagamento delle fatture, il medesimo, a fronte della tempestiva eccezione di decadenza formulata dall’attrice, non aveva provato la tempestiva denuncia dei vizi e difetti nel termine di sessanta giorni dalla scoperta come previsto dall’art. 1667, comma 3, c.c., con conseguente decadenza dalla relativa azione".

Di particolare interesse è anche una recente Sentenza del Tribunale di Cagliari (sentenza dd. 25/02/2015, n.635), secondo la quale "il contratto qualificabile alla stregua di un contratto d'opera è soggetto all'applicazione dell'art. 2222 e ss. c.c. La denuncia dei vizi dell'opera soggiace, pertanto, al termine di 8 giorni dalla scoperta del vizio stesso mentre la relativa azione si prescrive entro un anno dalla consegna. L'eccezione, da parte del prestatore d'opera, dell'intervenuta decadenza del committente dalla denuncia dei vizi, pone a carico di quest'ultimo l'onere di dimostrare di avere, al contrario, tempestivamente denunciato i vizi stessi, costituendo tale denuncia una condizione dell'azione ai sensi dell’art. 2226 comma II c.c. Nel caso concreto, a fronte dell'eccezione di decadenza sollevata dal prestatore d'opera, il committente sul quale incombeva l'onere di dimostrare la tempestività della denuncia non ha fornito in giudizio alcuna prova della data della scoperta dei vizi lamentati e della tempestiva denuncia degli stessi, non potendosi considerare denunce di vizi le lettere raccomandate inoltrate al prestatore d'opera non contenenti alcun riferimento, seppure generico, ai vizi dell'opera".


In ogni caso e fermo restando il termine di otto giorni per denunciare i vizi / difetti, l'azione di responsabilità nei confronti del prestatore d'opera si prescrive in un anno dalla consegna dell'opera: ragione per cui il committente che intende agire in giudizio per far valere detta garanzia e/o chiedere il risarcimento dei danni subìti, dovrà non solo dimostrare di avere tempestivamente denunciato i vizi, ma dovrà anche notificare l'atto di citazione a giudizio entro e non oltre l'anno dalla consegna dell'opera, decorso inutilmente il quale l'azione giudiziale diventerà inammissibile.

(a cura di Avv. Luca Conti del foro di Trento).